TITOLO: Regina di fiori e radici
AUTORE: Laura Mac Lem
EDITORE: self publishing
PUBBLICAZIONE: 21 settembre 2015
PAGINE: 306
GENERE: mitologico
PREZZO: € 3,99 ebook - € 10,39 cartaceo
Quasi nulla di quello che è stato detto riguarda me, nonostante sia la mia storia.
Si è narrato della passione di mio marito, della disperazione di mia madre, della decisione di mio padre. Si è parlato della sofferenza dei mortali e dei riti che da allora vengono compiuti, per far sì che ciò che accadde non debba mai più ripetersi. Si sono narrate storie parallale e storie contrastanti, si ricordano particolari suggestivi, ma di ciò che riguarda me, di ciò che accadde a me, sembra si conosca ben poco.
Eppure è la mia storia.
Non è la storia di Ade, il signore dell’Oltretomba, delle anime dei defunti e di tutto ciò che cresce nel sottosuolo; non è la storia di Demetra, la Madre Terra che errò nel mondo alla ricerca della sua unica figlia, scomparsa nella tenebra di Erebo; e, certamente, non è la storia di Zeus, che permise tutto ciò avvenisse, finché i mortali non gli ricordarono, attraverso la loro mortalità, ciò che doveva fare. In questa storia ci sono anche loro, ma non è la loro storia.
È la mia.
La storia della dea della primavera e regina dell’Averno, contesa tra due mondi, finché la contesa non mi obbligò a compiere la mia scelta.
Quasi nulla si sa di ciò che significò, per tutti. Eppure rese il mondo ciò che è.
Perché io sono regina di fiori e radici.
Io sono Persefone.
Il mito di Ade e Persefone è noto, ai più, dai rudimenti di mitologia appresi alle scuole dell’obbligo. Viene considerato in genere uno dei miti più tristi, connotato da violenza e sopraffazione: il re dei morti, Ade, si invaghisce della giovane dea della primavera, Persefone, e la rapisce, facendola sua sposa contro il volere della madre di lei, Demetra, la dea della terra e dei raccolti.
Demetra si dispera e manda in rovina i campi, provocando una terribile carestia, al punto che Giove, fratello sia di Ade che di Demetra, interviene per una mediazione che vedrà Persefone per sei mesi accanto alla madre in superficie (e saranno la primavera e l’estate) e per sei mesi tornare allo sposo e al suo regno sotterraneo e buio.
Da questo spunto, con puntuale conoscenza delle fonti antiche ma anche con la voglia di immaginare un punto di vista inedito e più “femminista” sulla vicenda, l’autrice lascia la parola alla giovane Persefone, che già da bimba aveva subito una fascinazione inspiegabile per il mondo sotterraneo, il mondo delle radici: lei, dea dei fiori, sapeva per istinto che ciò che viene alla luce è nutrito da qualcosa che nasce dall’ombra, e, viceversa, ciò che muore alla luce va a nutrire la promessa di una nuova vita.
I fiori sotto il ciliegio erano secchi.
Non appassiti, ancora in grado di riaversi, se immersi nell’acqua fresca addolcita con il miele: erano rigidi e anneriti, privi di qualsiasi vita, come se una fiamma li avesse disseccati di colpo.
Il re dell’Oltretomba aveva accettato il mio dono.
La giovanissima e appena sbocciata dea colpisce il signore dell’Ade in modo ineluttabile: non la vuole soltanto sedurre, ne vuole fare la propria regina. Il padre di Persefone, Zeus, non pone il veto a tale unione, anche se ai suoi occhi di seduttore seriale l’invaghimento del fratello Ade gli sembra un po’ eccessivo. Ma come convincere la madre, Demetra, a privarsi di una figlia amatissima per concederla in sposa al sovrano del regno delle ombre?
Semplice, basta cogliere di sorpresa la giovane, rapirla su un cocchio tirato da cavalli neri e sprofondarla nel regno dell’oltretomba, dove nessun vivente potrà mai seguirla o andarla a reclamare.
Persefone, tuttavia, in questo romanzo non è un muto pacco postale, rubato e conteso, né il tavolo passivo su cui tutti gli dei dell’Olimpo giocheranno una partita di potere e di influenze.
Il suo bacio era avido, esigente. Dietro la mia schiena, i pugni erano serrati sulle briglie, ed era il bordo del carro a trattenermi. Ero prigioniera in uno spazio talmente circoscritto che mi parve non esserci più nemmeno l’aria, mentre lo sentivo forzare il sigillo delle mie labbra, per farmele socchiudere… Stornai il capo, ma dovevo ancora imparare che occorreva ben altro per fermarlo.
Che occorreva ben altro per fermare me.
Quando sentii il suo respiro sul collo, e poi sulle spalle, nei sussulti del carro che continuava la sua discesa verso gli inferi, fu la mia stessa reazione fisica a strapparmi un gemito. Era come se Ade, baciandomi, mi conficcasse ovunque nel corpo tizzoni così incandescenti che mi toglievano le forze. Se quello era morire, capivo perché i mortali lo temessero tanto.
Persefone è innamorata di Ade. Ne subisce il fascino da sempre, e benché il rapimento sia un’iniziativa che la sconvolge, piano piano accetta il ruolo di regina del sottosuolo e dei morti, non perché non ha alternativa, anche se realmente non ce l’ha, ma perché è molto presa dallo sposo e per amor suo inizierà ad abituarsi a tutte le creature strane degli inferi e agli inquietanti servitori e cortigiani di Ade.
Ma l’autrice non si ferma qui, non le basta il riscatto affettivo della giovane dea, né creare una storia d’amore lì dove il mito ci consegnava una fredda procedura di nozze forzate. Qualcosa accadrà, in Persefone, che la farà crescere come dea e come donna, che le donerà nuova assertività, che le farà riprendere in mano la propria vita, in barba a tutti i proclami del padre, le vendette della madre, l’ira funesta dello sposo.
Ho amato questo romanzo in modo totale e viscerale; mi ha conquistata, è vero, con le sue suggestioni classicistiche, ma poi ho adorato le atmosfere idilliache e quelle infernali, le vecchie Parche con telai, fusi e forbici, come le ingenue ninfe dei boschi e delle fonti. La storia d’amore tra Ade e Persefone è raccontata in modo meraviglioso, comprese le scene di passione. I personaggi sono tutti vivi e pieni di personalità; ci troviamo di fronte a un mondo mitologico ma modernissimo quanto a sensibilità, che possiamo senza problemi classificare come fantasy, se proprio non vogliamo ammettere che i nostri professori delle superiori avevano ragione, su quanto fosse affascinante e formativa la mitologia classica.
Questa perla, che ho scoperto grazie ai consigli di un gruppo di lettori, è un self della prima ora, di qualche annetto fa; non mi è mai capitato il piacere di interagire con la scrittrice, che forse su Facebook frequenta un giro diverso dal mio; la cover del libro, che non posso definire proprio accattivante, sconta il confronto con la rapidissima evoluzione del self publishing degli ultimi anni, che si è fatto sempre più raffinato nel packaging del prodotto.
Ma in conclusione, se il genere vi incuriosisce, vi posso garantire che troverete una storia avvincente e narrata con perizia. E anche se l’epica o il fantasy non fossero proprio l’acqua in cui navigate di preferenza, mi sento di invitarvi a fare uno strappo alla regola. In un panorama sempre più omologato, una storia d’amore che non tiene conto delle mode del momento, ma capace di farci battere il cuore e muoverci gli “ormoni” parlando di dei e di miti è un bene raro e prezioso, che merita la massima considerazione.
P.S.: se invece la rivisitazione dei miti classici vi appassiona, vi consiglio altri due piccoli capolavori. Si tratta di due meravigliose novelle, “Cassandra” e “Medea”, di Christa Wolf, dove, per entrambe le famose protagoniste, viene raccontata con occhio moderno una femminilità depositaria di coraggio, saggezza, lealtà, ma penalizzata dal mito, espressione della cultura di una antica società maschilista e ferocemente guerriera.
Mi strinsi a Ade. Il gelo della sua corazza mi tolse il respiro, ma non rinunciai ad alzarmi sulle punte e baciarlo, un bacio che durò a lungo, un bacio ricambiato. Mi prese il viso tra le mani, e socchiusi le labbra per accoglierlo in me, sentendomi divampare, mentre il ghiaccio del Tartaro mi intirizziva. Ero una torcia che bruciava nel cuore dell’inverno, giù nella tenebra più impenetrabile. Mi aspettava un’eternità intera, da vivere così. Il pensiero mi dava il capogiro, il suo sapore mi stordiva.

























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