LA NOTTE DEL CUORE, ESTELLE HUNT. Cover reveal


COVER REVEAL DEL PROSSIMO LIBRO DI ESTELLE HUNT. DOPO PER UNA NOTTE, ARRIVA PROSSIMAMENTE IL SECONDO LIBRO DELLA SERIE DAL TITOLO LA NOTTE DEL CUORE. RICORDATE L'EPILOGO DEL PRIMO LIBRO? VE LO RIPROPONIAMO. LA NUOVA STORIA RIPARTE DA LI.



TITOLO: La notte del cuore
AUTORE: Estelle Hunt
EDITORE: self publishing
SERIE: 
GENERE: contemporary romance 
PAGINE: -- 
PREZZO: --
DATA DI USCITA: prossimamente
GRAFICA: Catnip Design

EPILOGO  PER UNA NOTTE


Afferro il maglione di lana appoggiato alla spalliera della sedia e lo infilo con gesti nervosi. Riemergo con i capelli che mi piovono sugli occhi e penso che dovrei tagliarli, ma accantono l’idea non appena finisco di formularla.
Mi avvicino allo specchio, scruto il riflesso e mi domando che fine abbia fatto il ragazzo di allora. Il volto è scavato dal rancore, forgiato dalle fiamme dell’inferno che mi brucia dentro, alimentato da avvenimenti che ho tentato in ogni modo di dimenticare.
Passo una mano sulla guancia coperta dalla disordinata ricrescita della barba, dove le sfumature mogano mi fanno assomigliare al demone in cui sono certo di essermi trasformato.
La gente non sa. Mi guarda e vede lo stimato chirurgo che salva vite ed elargisce consistenti assegni a cause benefiche. Ignora ciò che hanno fatto queste mani, il dolore che hanno provocato, il legame che hanno reciso.
Il passato indugia sulla soglia dei ricordi, vorrei poterlo cancellare, immergerlo nell’acido dell’oblio e dissolverlo, ma non è possibile. È sempre lì, che mi fissa e scava, scalfisce, tortura la mia carne. Il passato ha occhi simili ai miei, ma i contorni del viso mostrano la morbidezza della prima gioventù. 
Passo le mani sulla testa, avanti e indietro, e poi gratto forte per provocare una momentanea sofferenza, ma è tutto inutile. Il senso di colpa è un gemello siamese con il quale condivido il sangue, l’aria, il nutrimento. Per eliminarlo dovrei uccidermi, ma sono un codardo o forse mi scopro masochista e traggo un subdolo piacere da questo dolore.
Esco dalla camera, mi avventuro nei corridoi e salgo verso la terrazza dell’albergo. Si affaccia sulle montagne austriache coperte di alberi e prati, le cime imbiancate da nevi perenni. A settembre fa già freddo e sento più forte la mancanza del mare, del caldo, di Roma. Ho fatto ritorno una sola volta e non è stata un’occasione felice, da allora mi sono ripromesso che non sarebbe più accaduto.
Dalla vetrata che separa la terrazza dalla sala ristorante scruto i tavoli apparecchiati per la colazione. Gli ultimi ritardatari si aggirano attorno al buffet, io, al contrario, sono abitudinario e mattiniero: alle sette ho già finito di sfiancarmi nella palestra allestita al piano interrato, alle otto ho consumato una veloce colazione. 
Dormo, mi nutro, scopo. Faccio tutto in maniera così meccanica che ogni gesto ha perso sapore.
Sto per andarmene, ma un movimento nell’angolo più lontano della terrazza attira la mia attenzione. È una donna, mi dà le spalle, di lei scorgo i lunghi capelli biondo miele, il corpo slanciato, le gambe sottili fasciate in un paio di jeans che ne evidenziano la perfezione. Scivola con le mani sul parapetto e noto l’anello che brilla all’indice e la quantità di braccialetti che circondano entrambi i polsi. Conosco quelle mani affusolate, conosco ogni cosa di lei. Mi afferrano per lanciarmi nel nulla, precipito e per un attimo sento che a prendermi è la sensazione di panico.
Poi si gira, forse perché il mio sguardo si è trasformato nella punta rovente di un coltello e se lo è sentito premere addosso, forse perché aveva già deciso di andarsene. Quando mi nota si blocca. Sgrana gli occhi così tanto che finiscono per assomigliare a uno di quei laghi che circondano la zona. Io non mi scompongo, affondo le mani nelle tasche dei jeans, divarico appena le gambe e sollevo il mento.
Elena, dove cazzo pensi di scappare adesso?, vorrei chiederle, ma taccio. Taccio e mi godo la sua espressione sgomenta, taccio e divoro quel volto bellissimo da perfida madonna. Taccio e sento il rancore ribollire nel ventre, percorrere le ossa, deformarmi i tratti. So per certo che è solo una sensazione, ma l’idea che possa trasformarmi in un mostro e divorarla mi è stranamente di conforto.
Elena, che mi guardava dalla culla con quello sguardo già assorto e penetrante, che si nascondeva nella mia camera per saltare fuori all’improvviso e farmi paura, pensando che non mi fossi accorto della sua presenza. Elena che mi sbatteva in faccia la sua femminilità e mi provocava una febbre inestinguibile.
La fisso e mi accorgo che anche il suo volto si è indurito col tempo, pur senza perdere neppure un grammo di avvenenza.
È cambiata. 
Ciò che non è mutato, mi rendo conto, è l’odio che provo per lei.





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